Associazione per la Cura del Comportamento Alimentare

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Cosa vi dice “XO XO”?

Gossip Girl, esatto!

Da quando Netflix ha reso disponibile l’intera serie, sono state tantissime le visualizzazioni.

Per chi non la conoscesse, Gossip Girl è una serie tv iniziata nel 2007, che racconta la storia di un gruppo di ragazzi di buona famiglia, che vivono nell’ Upper East Side, il quartiere più ricco di Manhattan. Al di là della trama, spesso paradossale, dà una bella fotografia di come anche la persona che ha più di tutti gli altri possa essere sola e fragile. È una storia di aspettative pesanti e spesso deluse; c’è solitudine e senso di inadeguatezza. C’è la ricerca di se stessi.

Molti possono riconoscersi in questi sentimenti, anche senza una carta di credito con fondo illimitato.

Qualcuno potrà pensare che lo sto nobilitando troppo, ma io mi sono riconosciuta soprattutto in un sentimento: la ricerca di un nuovo sé dopo un fallimento.

Questi ragazzi sbagliano spesso e si rialzano, sempre. Cambiano! Hanno la capacità di farlo. Si scoprono fragili e si scoprono soli. Mostrano con fierezza il peggio di sé.

Una delle protagoniste, Blair, una ragazza che non si sente mai abbastanza e si affanna al raggiungimento della perfezione. Per ottenere ciò che vuole è disposta a qualsiasi cosa.

Quasi subito si fa riferimento a dei suoi trascorsi con la bulimia, e in una puntata si vede proprio la ragazza che mangia una torta intera, a seguito di una forte delusione ricevuta dai genitori.

Sono convinta che tutti voi possiate capire, anche senza aver mai sofferto di disturbi alimentari: il cibo dà una risposta immediata, una consolazione, riempie un vuoto o lo crea.

La madre della ragazza, spesso, durante le puntate le chiede se si è ripresentato “il problema”. Ogni  volta che ho sentito questa domanda, ho pensato a quello che ha detto la Dott.ssa Giannini ad alcuni genitori (“Incontri con le famiglie secondo il New Maudsley Model nei casi di pazienti con disturbi del comportamento alimentare” – n.d.r.): la malattia e la persona sono due cose separate, non bisogna parlare con il disturbo ma con la persona.

È difficile essere genitori, lo credo. Ma è molto difficile soffrire di un disturbo alimentare quasi quanto esserne usciti e sentire che chi ci sta vicino non riesce più a scindere noi dalla nostra malattia.

Io ho avuto spesso paura che la malattia potesse tornare. Sapete, penso che tutti nella vita soffriamo per qualche motivo. E guarire da un disturbo alimentare non vuol dire non avere più problemi o sofferenze.

Ma il corollario non è che si debba matematicamente ricadere nella stessa situazione. Proviamo solo a chiedere “come stai?” o ad essere presenti. Siamo tutti “soltanto” persone.

Qualcuno ha un disturbo alimentare e qualcuno lo ha avuto. Ma è qualcosa che prescinde dall’essere persone.

S.