Associazione per la Cura del Comportamento Alimentare

La lotta ai Dca è una battaglia femminista?

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Voglio farvi una domanda, amici: secondo voi, la lotta ai disturbi alimentari è una battaglia femminista?
Vi sembrerà una strana domanda, forse. Io sono una femminista convinta. Sono figlia di una donna che non ha mai usato il cognome del marito e sono cresciuta in una casa in cui mio fratello veniva trattato allo stesso modo di noi sorelle. Per questo sono femminista: perché credo che uomini e donne debbano essere uguali.
I disturbi alimentari sono abbastanza democratici: non fanno distinzione di sesso, età, condizione sociale o idea politica. Eppure, il dato oggettivo continua ad essere che la stragrande maggioranza delle persone affette da queste patologie è donna.
La domanda che vi ho fatto mi è venuta in mente leggendo un articolo di Freeda su Ally McBeal; conoscete la serie tv? In Italia è andata in onda all’inizio degli anni Duemila, e raccontava la storia e le nevrosi di un avvocato trentenne americana e dei suoi colleghi di studio.
Voglio mettermi a riparo da ogni possibile critica spiegando che io non amo il termine “avvocatessa”, prima di tutto perché lo trovo cacofonico e poi perché credo che usare il termine “avvocato” indichi il ruolo, la professione, ed ogni specificazione di genere è inutile.
Torniamo al merito della questione: l’articolo di Freeda dice che la serie è stata spesso criticata proprio perché poco femminista. In effetti, Ally è una giovane donna che, nonostante abbia studiato ad Harvard ed abbia brillanti prospettive di carriera, sembra ossessionata più dalla ricerca di un marito e dal ticchettio dell’orologio biologico. A peggiorare la situazione, c’è sullo sfondo, la rivalità estetica tra le donne della serie che, stando a quanto ha dichiarato Portia De Rossi (nella serie interpreta Nelle Porter, ndr) era sentita anche dalle stesse attrici, tanto che la stessa De Rossi, per eguagliare l’estrema magrezza della protagonista, si è ammalata di anoressia.
Era la fine degli anni Novanta e il tema dell’anoressia era centrale anche nel mondo della moda.
Da qui è nato il mio interrogativo: perché lo facciamo? perché è così importante essere più belle o più magre di altre donne?
Nel concetto di competizione è insita l’idea che a giudicare sia un terzo, che il riconoscimento venga dall’esterno. Quindi non venite a dirmi che lo facciamo per noi stesse perché non ci credo.
Ed è così da sempre: Afrodite, Era ed Atena hanno lasciato che Paride scegliesse la più bella tra di loro. Ed erano divinità, pensate un po’.
Noi donne ci siamo lasciate convincere che la bellezza fosse la chiave di tutto ed è diventato estremamente pericoloso in un’epoca storica in cui vale l’equivalenza “magrezza uguale bellezza”.
Durante l’assemblea di Consultanoi dello scorso Maggio, una mamma mi ha detto che secondo lei si ammalano maggiormente le donne perché a noi è richiesta la perfezione, e forse non è nemmeno sufficiente.
Tutti conosciamo lo slogan de L’Oreal, “perché io valgo”; lo ha ideato più di 40 anni fa una donna. Ed ha avuto tanto successo perché è quello che vorremmo riuscire a dire a noi stesse; peccato che, ancora una volta, è legato ad un prodotto di bellezza.
Ieri si è celebrata la Giornata Mondiale per la lotta ai disturbi alimentari ed in Italia abbiamo festeggiato la Festa della Repubblica. La nostra Repubblica si basa sulla Costituzione, che dedica i primi articoli alla tutela dei diritti inviolabili dell’uomo e all’uguaglianza.
Noi donne dovremmo pretendere il diritto inviolabile ad essere noi stesse, la libertà di essere diverse dai modelli imposti, la libertà di non avere figli, il diritto ad essere retribuite allo stesso modo.
Il diritto a non essere perfette, perché la perfezione non esiste. Ma chissà perché è un sostantivo femminile.
Voi cosa ne pensate? Questa può essere una battaglia femminista?
Aspetto le vostre risposte sui nostri social.
S.