Associazione per la Cura del Comportamento Alimentare

Sacchi pieni

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La domenica sera è uno dei momenti più tristi della settimana per molte persone. Lo è anche per voi? 
Per il mio compagno lo è, e, complice la pioggia e il deprimente palinsesto tv, abbiamo  passato la serata a leggere ognuno il suo libro. Adoro leggere ma questo romanzo non mi catturava, perciò, ho virato verso una scrollatina di notizie su Facebook. 
Mi è capitata sotto mano (o meglio, sotto dita), una vecchia lettera pubblicata da “Invece Concita”, la rubrica della giornalista Concita De Gregorio a cui scriveva una ragazza che per tanti anni ha sofferto di Binge Eating Disorder (Bed) o disturbo da alimentazione incontrollata per i non anglofoni. 
Della sua lettera mi hanno colpito 2 cose: un’immagine ed una frase. 
L’immagine è quella di lei che chiude l’ultimo sacco blu dell’ikea pieno di vestiti che non le vanno più : alcuni troppo grandi, alcuni troppo piccoli. Questa scena è stata come un deja vu per me. 
Ho chiuso i primi sacchi pieni di abiti larghi quando la mia massima soddisfazione era essere arrivata al punto di dover comprare i vestiti nei negozi per bambini. La mia massima gioia è stata la prima maglietta taglia 10 anni ( mentre di anni ne avevo 21). Ho chiuso quei sacchetti con gioia, con l’illusione che avrei dato via, insieme a loro, tutto il disagio e la sofferenza che provavo in quel corpo che sentivo non mi appartenesse più. 
Il secondo sacco, quello con abiti troppo piccoli, ho fatto fatica a riempirlo. Ho tenuto quei vestiti strettissimi per tanto tempo, perché liberarmene voleva dire lasciare andare la speranza di poter tornare ad avere quel corpo esile e quel peso. 
Sapete, l’anoressia a volte, ti convince di essere felice. 
Ed esattamente come la ragazza che scriveva alla De Gregorio, sono riuscita a dare via quegli abiti solo quando ho imparato ad accettare me stessa e ad amarmi. 
V., questa è l’iniziale della protagonista della lettera, dice: “per tutti ero quella che non si controllava”. 
Quante volte ho sentito questa frase! 
Quante persone, rivolgendosi all’associazione mi hanno detto: gli altri non capiscono, mi dicono solo che basta controllarmi un po’. 
No, cari amici, non basta! 
Perché non si può controllare il modo in cui una sofferenza si manifesta. E non è facile riconoscere che è proprio quell’abbuffata il modo in cui il nostro Io ci sta inviando una richiesta d’aiuto. 
Questa la Lettera di cui vi ho parlato, e se vi riconoscete in V., non cercate di controllarvi, ma ascoltatevi e chiedete aiuto.

S.