Associazione per la Cura del Comportamento Alimentare

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la posta di acca lucca

Ho conosciuto l’Associazione Acca un anno fa quando ho deciso di ribellarmi dalla voce dell’anoressia.

Dal quel momento ho iniziato un percorso di guarigione fatto di tante salite; salite ripide in cui ho imparato con forza e determinazione a dominare quelle vocine che mi martellavano nella testa di tornare indietro, quelle vocine che mi hanno resa una ragazza apatica, insoddisfatta, depressa, ligia al dovere, che incentrava tutta la sua vita su numeri, numeri che non erano mai abbastanza. Quelle vocine per tanti anni mi hanno obbligata a digiunare, a contare le calorie, a pesarmi costantemente, a studiare per essere la figlia e alunna perfetta, ad allenarmi, a controllare ogni emozione e stato d’animo perché tutto doveva essere sotto il mio controllo, o meglio sotto il controllo della malattia. Vocine che chi soffre di un disturbo alimentare conosce bene. Quelle vocine ti adrenalizzano, ti fanno sentire migliore degli altri perché riesci a dominare anche gli istinti biologici, ma allo stesso tempo ti corrodono.

Siccome non potevo controllare le situazioni intorno a me, l’anoressia mi aiutava a controllare me stessa e a scomparire per evitare di provare dolore, tristezza, rabbia.

Nel momento in cui stavo lentamente uscendo dalla “comfort zone”, ho iniziato a osservare il mondo come il fanciullino di Pascoli e ad apprezzare i sapori, gli odori, i suoni e i colori della vita. Tutte le sensazioni nuove, piacevoli o spiacevoli, che ho provato e le esperienze che ho vissuto sono riuscite a scacciare le vocine. Tutte le persone che mi sono state accanto con uno sguardo e con una carezza hanno saputo infondermi quell’amore di cui avevo bisogno per sostenere la mia guerra interiore, in cui occorre trovare i giusti strumenti di battaglia. Per me gli strumenti utili in questa guerra sono stati: le terapie individuali dalla psicologa che, con pazienza e tenacia, ha saputo aprire un cuore chiuso con duemila lucchetti e mi ha aiutato a ritrovarmi; il diario con cui ho dato forma a sentimenti repressi; Instagram dove ho conosciuto ragazze con cui condividere le paure, i fallimenti e le gioie dei percorsi di DCA, sentendomi capita;  le visite dal nutrizionista che con un tono paterno è stato molto disponibile al dialogo; le uscite con amiche e con la mia famiglia che mi hanno dato modo di sperimentare ed aprire gli occhi dopo anni di buio. Ovviamente all’inizio ho odiato con ogni cellula del mio corpo, le visite specialistiche perché fuori dal mio controllo.  Le ho ripudiato per anni perché avevo paura di essere giudicata, di essere etichettata come “la malata”, di essere obbligata a cambiare una vita che io stessa consideravo normale, ma questi strumenti mi hanno aperto gli occhi e insegnato piano piano ad accettarmi ed amarmi, a non scagliare i mie sentimenti sul mio corpo o sul cibo, ma ad urlarli, con parole scritte o orali.

 A questo punto del percorso sono una persona totalmente diversa, sono una ragazza di 23 anni solare, estroversa con la voglia di sperimentare, la voglia di non limitarmi mai e la voglia di continuare a lavorare su me stessa per superare altri limiti ancora imposti dalla malattia. Ho rivoluzionato la mia vita in ogni suo aspetto. Ora il cibo non rappresenta più una fonte di ansia e di paura o uno strumento di controllo sulla mia vita, ma un mezzo per prendermi cura di me stessa, un momento di condivisione con le persone a me care, una forma di arte che permette alle persone di viaggiare con la fantasia in luoghi esotici o di ricordare episodi dell’infanzia. L’attività fisica non quotidiana si sta trasformando in un momento in cui ascolto il mio corpo e mi rilasso. Le uscite con amiche e parenti non le associo più a una perdita di controllo, ma al divertimento, all’allegria, all’evasione. Ho ritrovato l’amore per lo studio e la lettura, sto scoprendo alcune passioni che non pensavo neanche esistessero e sto costruendo alcuni progetti. Ora cavalco l’onda degli eventi con il sorriso sul viso e la curiosità negli occhi.

A.